Diritti riconosciuti, non concessi

Stefano D’Amore

Sono passati centosettant’anni. I falò che la sera di venerdì 16 febbraio verranno accesi in molte località della nostra penisola e non solo, sembrano resistere al passare del tempo e attraversare le generazioni. Ma sappiamo bene che la ripetizione di un gesto non garantisce automaticamente che il significato che vi sta dietro sia conservato.

Non sarà una cartolina sbiadita? Un’immagine sfocata? La riproposizione di una festa tradizionale, oramai un’abitudine?

Nel 1848 il re Carlo Alberto di Savoia firmando le Lettere Patenti concesse i diritti civili e politici a valdesi, che fino ad allora vivevano confinati nel ghetto alpino, ed ebrei che risiedevano nel regno. Tale evento aprì per quegli uomini e quelle donne una fase nuova, che significava diritti prima negati, nuove libertà (accesso a scuole pubbliche e ospedali, carriere fino ad allora precluse, una vita anche al di fuori delle Valli valdesi, ecc.).

Quelli furono anche gli anni della recessione economica e della carestia nella zona delle Valli valdesi: la povertà e la ricerca di un futuro migliore portarono a un’ondata migratoria diretta principalmente verso l’Uruguay e l’Argentina, ma anche verso la parte settentrionale del continente americano.

Sono passati centosettant’anni. Oggi assistiamo alla parcellizzazione e alla contrapposizione dei diritti: un’operazione che trova terreno fertile nel nostro Paese, perché si fonda sull’ignoranza e sul malcontento. Il messaggio che sembra passare con facilità è che i diritti sono privilegi specifici, limitati ed esauribili. Delle “possibilità” per fare qualcosa che va oltre ciò che sarebbe giusto e normale. Delle concessioni (ottenute o richieste che siano) elargite da un benefattore troppo generoso. I diritti sono presentati spesso e volentieri come dei bonus fra loro slegati e indipendenti, come un “di più”, specie se riguardano persone che vengono considerate estranee alla comunità e alla cultura predominanti. Diventano così dei vantaggi per alcuni che tendenzialmente sono in conflitto con i vantaggi che altri hanno in uno stesso momento. Concedere diritti a tutti quelli che li chiedono non è possibile perché sono limitati e farlo inevitabilmente avrebbe delle ricadute su altri che sarebbero così privati di qualcosa. La richiesta di un diritto suona come un voler alimentare un sistema in cui ci si pesta i piedi a vicenda (unioni civili vs. matrimonio, migranti vs. italiani, ambientalisti vs. lavoratori, giovani vs. anziani,…)

Come è possibile uscire da questo sistema che in fondo rappresenta la mistificazione dei diritti, scambiati per privilegi? Come non farsi trascinare in questa logica individualista o di categoria, che crea solo conflittualità?

Credendo e affermando convintamente che i diritti non si concedono, ma si riconoscono; non si aggiungono come allegati, ma si svelano. Riconoscere i diritti vuol dire integrare, avvicinare le persone, non separare ma unire, creare una società plurale in cui il benessere dell’altro e dell’altra è una parte determinante del mio benessere. In questo quadro diventa centrale la lotta per i diritti degli altri, anche quando apparentemente non mi toccano in prima persona, come la costruzione di una moschea…

Brucino quindi i falò venerdì sera per ricordarci la storia che li ha generati: la loro fiamma non sarà sfocata solo se i nostri occhi sapranno vederla nitida e attuale. Il segno di una libertà che in quanto credenti viviamo come un dono di Dio che vogliamo moltiplicare, un dono che Dio dà a ogni uomo e a ogni donna nonostante il nostro mondo cerchi di ostacolarlo. Un sentiero tracciato sul quale vogliamo camminare insieme.

(fonte: www.riforma.it)

febbraio 16, 2018