Giovanni 4:46-54

Helene Fontana
Una volta, quando si sigillava un accordo tra due persone, magari un compra-vendita o simile, bastava una stretta di mano e l’affare era concluso. Ci si fidava della parola data.
Chissà, forse troppi accordi però sono stati disattesi affidandosi a questo modo di fare. Fatto sta che oggi non ci basta più la stretta di mano, non basta più la parola data. Abbiamo – e credo giustamente – bisogno di carte firmate, di garanzie date per iscritto. In questi casi, ma spesso anche nei nostri rapporti personali, non ci fidiamo più della sola parola, forse dopo qualche amara esperienza in cui la nostra fiducia è stata tradita.
Se questa cautela può avere delle giustificazioni nei nostri rapporti con le altre persone, ciò che ci viene chiesto nel nostro rapporto con Dio è però molto diverso: in quel rapporto ci viene chiesto infatti di fidarci. Di fidarci al cento per cento senza nessun’altra garanzia se non una parola. Ma non una parola qualsiasi: la parola di Gesù, anzi, la Parola di Dio che è Gesù.
E’ di questo che parla il nostro racconto di stamattina dal Vangelo di Giovanni della guarigione del figlio di un ufficiale. Parla di fiducia, della fiducia che porta a credere ad una parola portatrice di vita.
Da Gesù a Cana arriva un ufficiale, per presentargli il peso più pesante che un genitore può portare: la sofferenza del proprio figlio, colpito da una malattia mortale. Aveva sentito parlare di Gesù e delle sue guarigioni, ed ora “lo pregò che scendesse e guarisse suo figlio”. Una richiesta dettata dalla preoccupazione, dalla disperazione. E colpisce il lettore il fatto che la prima risposta di Gesù a questa richiesta non è stata né particolarmente gentile, né molto incoraggiante: “Se non vedete segni e miracoli, voi non credete”.
Perché Gesù parla così? Non perché è insensibile alla sofferenza del ragazzo e di suo papà, perché era anzi una sua caratteristica venire incontro alle persone in bisogno. Ma allora perché? Perché già in precedenza (2:23-24) aveva avuto l’esperienza di gente che aveva creduto vedendo appunto i suoi miracoli, ma, possiamo dire, senza vedere veramente lui. E questa situazione si sarebbe ripetuta più volta anche in seguito. Cioè, succedeva che le persone rimanevano colpite dalle cose straordinarie che Gesù faceva, ma non andavano oltre, non comprendevano che quei miracoli, per quanto importanti, alla fine altro non erano che segni di qualcosa di molto più grande, erano segni del dono della vera vita che Dio offriva loro attraverso suo Figlio Gesù.
Come rivela la sua risposta all’ufficiale, Gesù non approvava, o riteneva inadeguata, una fede che si basava unicamente sui miracoli. Ma in questo rispetto l’ufficiale del nostro racconto l’avrebbe sorpreso, in positivo. Perché dell’ufficiale il Vangelo dice che “credette”. E notiamo quando appare questo verbo, riferito all’ufficiale, per la prima volta nel racconto. Non solo dopo che lui aveva visto il miracolo, dopo che aveva visto con i suoi occhi il figlio guarito. No, c’è scritto che lui “credette alla parola che Gesù gli aveva detta”, cioè ha creduto prima ancora di avere qualsiasi prova o visione o esperienza miracolosa. Ha creduto alla parola di Gesù, si è fidato di lui, ha intuito che lui era una persona speciale, degna della sua fiducia. Ha creduto, e il Vangelo usa questo verbo perché la fede è proprio questo: è la fiducia al cento per cento in Dio, senza altre garanzie se non la sua parola.
L’ufficiale ha creduto, e non è rimasto deluso. Perché la parola di Gesù, parola divina, è parola portatrice di vita, parola che crea, parola che non cade nel vuoto ma che opera i cambiamenti che dice. E infatti, quando il nostro ufficiale è tornato a casa ha trovato suo figlio guarito, e questo proprio da quell’ora, secondo i testimoni, in cui Gesù aveva pronunciato la promessa di guarigione. La fede dell’ufficiale, la sua fiducia in Gesù, si è rivelata bene fondata, e infatti “lui credette con tutta la casa sua”.
Due settimane fa nella nostra riflessione domenicale abbiamo parlato del nostro bisogno di concretezza, del bisogno di “vedere per credere”. Trovo che il nostro racconto di oggi riprenda in altra forma quel tema, e ci ricorda che quando si tratta della fede, del nostro rapporto con Dio, dobbiamo invece fare le cose in ordine inverso: “credere per vedere”. Perché come ci insegna la storia dell’ufficiale, per far nascere la fede non viene prima il segno, il miracolo o la visione. Al contrario, è la fede, la fiducia in Dio, che ci fa aprire gli occhi per i segni che lui ci dà, segni di quel dono di vita che lui ci fa in Gesù. Nel racconto dell’ufficiale questo dono si concretizza nella guarigione del figlio, ma è una guarigione che si rivela essere appunto allo stesso tempo un “segno” di qualcosa di ancora più grande. Non è infatti soltanto un evento gioioso nella vita del ragazzo e di suo padre, ma è “segno” di quella vita che Dio dona a chi ha fiducia in lui.
Come detto ad inizio riflessione, forse non siamo più tanto “bravi” o disposti a fidarci. Le esperienze della vita ci portano spesso ad essere sospettosi, a chiedere garanzie o prove, ad essere diffidenti verso gli altri e ciò che dicono o promettono. E nei rapporti di ogni giorno a volte questa diffidenza può essere giustificata. Purtroppo, però, è un ostacolo per quanto riguarda la fede. Perché Dio ci chiede di avere fiducia in lui, di credere alla sua parola, quella Parola che ci parla in Gesù, parola di speranza, di vita, di risurrezione.
E’ proprio la fiducia in lui e nella sua Parola, fiducia che va sempre rinnovata, che ci consentirà poi di aprire gli occhi per i segni che Dio ci dà del suo dono di vita. Forse non sono segni grandi ed eclatanti, ma sono quei segni anche piccoli, nascosti nella nostra quotidianità, che ci confermano che abbiamo riposto bene la nostra fiducia. Non faccio esempi, ma ciascuno/a di noi può pensare a come Dio ha “segnalato” a noi la sua presenza ed il suo dono di vita.
E forti di questa fede possiamo poi anche guardarci intorno con più fiducia, sapendo che la nostra sicurezza ultima e la nostra vita non dipendono dalle garanzie che altri ci possono dare ma forse non sempre mantenere, ma da Dio che non viene mai meno alla parola data. Amen.
(Sermone, gennaio 2017)

marzo 1, 2017